liste elettorali, ripartenze, facebook, Gulliver

Questo lo voglio proprio scrivere. Stamattina ho incrociato un collega mio coetaneo che è candidato capolista alle elezioni; praticamente è già in parlamento. Ho pensato che se avessi continuato la mia vecchia vita associativa, invece di tuffarmi in una nuova avventura ogni due – tre anni, a quest’ora forse avrei un incarico di rappresentanza provinciale, o regionale, o addirittura nazionale. E sicuramente avrei migliaia di relazioni. Probabilmente mi sarei candidato sindaco, o consigliere provinciale o regionale. Oppure parlamentare, come quel collega. Invece sono qui a progettare l’ennesima nuova avventura. Ricominciare ancora da capo.

Io non invidio la vita degli altri, cosa fanno, ma come progrediscono mentre io soltanto girovago.

Non metto nemmeno  in dubbio quanto sia impegnativa la vita del mio collega o di chiunque altro; solo mi dispiace sperimentare continuamente partenze, invece di raggiungere un traguardo.

Sapete perché non uso facebook? Perché non lo so nemmeno io qual è il mio profilo. Ragazzo di paese? Dirigente aziendale? Attivista? Cultore olistico? Amico di nessuno? Artista?

Adesso capisco bene cos’è che mi piace tanto di Gulliver: che non riusciva a stare fermo. Si rimetteva sempre da capo nei guai, e quando riusciva a tornare indietro da un naufragio ricominciava il viaggio in un’altra direzione. A lui è andata bene. Io adesso sento un po’ di fatica.

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tredici

Dicevo dell’amicizia sperimentata per prove ed errori. Il primo è stato Nano, parlavamo, bevevamo birra. Poi c’era la signora dell’autobus, con lei non parlavamo mai, ma tutti i giorni ci sedevamo vicini, ci guardavamo, sorridevamo e facevamo il viaggio insieme. La vecchia del mercato mi raccontava sempre un sacco di cose in dialetto e io non capivo nemmeno una parola. Il medico, quello mi era simpatico, provavamo le gag insieme, lui suonava anche il pianoforte e cantavamo stornelli improvvisati dove prendevamo in giro i clienti abituali. Tra questi c’erano: il Riccio, per via dei peli sotto la gola, il Verde, il Bianco, il Moro, e tutta una fauna curiosa che mi ricordava tanto le dispense di zoologia.

C’erano i due testimoni di Geova che suonavano da me tutte le settimane, loro mi hanno insegnato a fare il nodo alla cravatta. Poi c’erano i due ragazzi Mormoni, era facile, ricevevo fogli e opuscoli, ringraziavo. Ho imparato che: più sei ferventemente religioso più hai bisogno delle altre persone, hai bisogno di leggere delle parole scritte, sai aspettare, disapprovi sorridendo e sorridi sempre. I Mormoni invece mi hanno insegnato a pronunciare l’inglese, in quei giorni stavo preparando Gloria di Van Morrison.

(Ho conservato tutti gli opuscoli che ho ricevuto da loro, sono ancora lì).

C’era quella che mi domandava sempre dei soldi, la spesa, da mangiare, un caffè, la colazione. Una sera l’ho invitata a cena, siamo proprio andati fuori: non è stato male, a parte che non sapevamo di cosa parlare. Ho provato con gli opuscoli, ma non sapeva leggere l’italiano. E le figure erano proprio brutte. Avevano tutti dei bicipiti enormi.

Gli studenti che incontravo all’università, poi, si polarizzavano in due gruppi. Il primo era di ragazzi e ragazze che vestivano elegantemente: camicie stirare, scarpe lucide, pulite, capelli curati, trucco, unghie, braccia depilate e poi un sacco di altri dettagli che ho imparato a scoprire solo piano piano. Disegnini sulle camicie e sulle polo che si ripetevano immancabilmente uguali dall’uno all’altro all’altro ancora. Oppure anche le scritte sul sedere dei pantaloni, anche quelle si ripetevano moltissimo da una persona all’altra …  io non volevo guardare per forza le chiappe a tutti, però le scritte erano proprio lì sopra.

L’altro gruppo era di ragazzi che non si radevano, ragazze che non si pettinavano né truccavano. Scarpe spellate e consumate, magliette sformate e stinte, jeans rotti, maglioni di lana infeltriti. Non esisteva una via di mezzo, per cui io mi sono ritrovato a decidere a che gruppo volevo appartenere. Nell’incertezza ho proceduto a fasi alterne: mettevo tutte le cose più belle che avevo e le indossavo a oltranza giorno dopo giorno finché non diventavano macchiate, sgualcite … e così gradatamente riuscivo a sentirmi parte di entrambi. I vestiti belli li avevo trovati tempo prima facendo il netturbino. C’erano cose interessanti. Quando riconoscevo un disegno o una scritta degli abiti dei compagni ‘curati’, allora classificavo quei miei tesori come ‘guardaroba curato’, tutto il resto lo destinavo ai giorni per la mia compagnia ‘stropicciata’.

La mia unica regola allora era guardare, guardare, guardare.

XII – proviamoci, eh?

All’improvviso ho scoperto l’amicizia, fino a quel momento le uniche relazioni paragonabili erano quelle con Margherita prima e con mio figlio poi. Il che in realtà può sembrare, non lo so… forse non è giusto che la tua amante o il tuo bambino siano i tuoi amici, ma non ho avuto occasione di imparare la vita giusta. Insomma, stavo facendo l’esame di biologia uno o due non ricordo e tornavo al club a fare cabaret perché ormai il mio repertorio era sufficientemente datato da risultare per alcuni del pubblico nuovo e per altri classico. E così quando non avevo turni da infermiere e non dovevo studiare troppo  e comunque il locale aveva bisogno di un nome in più in programma, mi rifacevo vivo. E lì  in mezzo a facce che si somigliavano tutte mi è capitato di trovare uno completamente diverso. Era solo, era più anziano e non era a proprio agio (queste tre cose a pensarci non sono proprio indipendenti tra loro). Era Nano, io lo conoscevo, era il mio partner autista di quando raccoglievamo le immondizie. Allora mi sono seduto con lui ho bevuto e poi ho bevuto ancora e mi sono ascoltato la sua storia. Non sapevo di essere così bravo ad ascoltare storie peccato non aver avuto occasioni per scoprirlo prima.

E Nano mi racconta che non ha più lavoro perché la cooperativa ha ottimizzato i ritmi e l’ha lasciato a casa e lui…

E lui alla sera gli viene da piangere ad andare a letto presto, perché alla mattina non ha bisogno di svegliarsi presto. E allora fa un giro dei locali. Così ho scoperto cosa si fa con un amico: si beve, ci si confida che a volte si picchierebbe la testa contro il muro, lo si fa ridere, lo si accompagna a casa, e se il momento è duro lo si accompagna a casa propria.

E si scopre all’improvviso dopo anni tutta la sua vita personale: Nano viveva solo, in affitto;  io l’ho invitato a casa nostra. Coltivavo il sogno proibito di babysitter e maggiordomo per il mio menage familiare e mi ritrovavo con un ragazzo alla pari di cinquantatre anni.

niente,

-Vedi quelle tre stelle in fila? Sono lupi. E quello più lontano è un gregge di pecore. Sono tre fratelli lupi, il più piccolo sta davanti, di fronte al gregge, è la sua prima caccia. In questo tempo d’estate i suoi fratelli più grandi lo accompagnano e hanno l’onore di assistere. Tutto quello che hanno insegnato è lì, tutto il coraggio e l’esperienza che mancano sono nella spanna di cielo tra quelle tre stelle e il gregge.

-A me piace quella stella blu là in fondo. Mi racconti una storia per quella?

-C’era un popolo che viveva nel deserto e credeva che sotto quella stella ci fosse un meraviglioso lago. Con acque profondissime, e fredde. E intorno al lago alberi alti e verdi, frutta, prati e animali. La gente che viaggiava prendeva sempre la direzione di quella stella, e si diceva che chi non tornava è perché quel lago l’aveva trovato davvero, aveva voluto restare. Il lago era dello stesso colore della stella, si guardavano. L’uno in faccia all’altro. E tutta la gente di quel popolo conosceva bene quel posto che non aveva mai visitato, perché i poeti e i pittori riuscivano a vederlo riflesso nel cielo.

-È bella.

-Sì, è da sola.

-E come si chiama?

-Vediamo, si chiama ‘costellazione del lago e del bosco’.

-Ma il bosco non c’è.

-Il bosco è tutto il buio che si vede intorno. Adesso tocca a te.

-Allora guarda…sai la storia di quelle due? là sopra il tetto? Quelle sono due mani di bambina. Si chiama Teresa e allungava sempre le braccia verso l’alto, per toccare il cielo. Un giorno è arrivato un cigno e lei l’ha preso per le zampe e si è tenuta aggrappata mentre volava. Poi gli è salita sulla groppa e ha ancora alzato le braccia verso il cielo perché voleva toccarlo. Il cigno era grande e arrabbiato, ma Teresa era decisissima. E ha sfiorato una nuvola e si è aggrappata. È salita e ha ancora allungato le braccia. E la nuvola era leggera e delicata e fragile, ma Teresa era decisissima ed è rimasta salda su quel tappeto. Poi ha sfiorato la luna e dopo tutte le stelle che vedi lì più a sinistra, che fanno una piccola scala di quattro gradini. È salita e ha sentito il dorso del cielo, ci ha appoggiato le manine, le ha tolte ed erano tutte nere. Nere come il buio. Allora ha  fatto la strada a ritroso, ha ritrovato la sua scala, la luna, la nuvola e il cigno. E quando è stata di nuovo nella sua cameretta ha guardato un’altra volta fuori, e dove aveva messo le manine erano rimaste due piccole macchie luccicanti.

-Teresa significa ‘cacciatrice’…

-Mi piace! Adesso tocca ancora a te.

-Va bene, ti racconto quella costellazione; guarda, segui il mio dito: una, due, tre, quattro stelle che fanno un quadrato e dentro ce ne sono tre vicine. Quelle tre sono scogli nel mare, le quattro attorno sono navi che hanno attraccato lì. La loro storia è molto vecchia e famosa.

(1 – continua)

Digressione

messaggio

Ciao,

torno da un periodo di vacanza e trovo tante parole che mi aspettano. Esercizidipensiero, allegriadinubifragi, ellaneivicolipersa, librini: ho letto bellissimi post che avete pubblicato nel frattempo, mi vengono dei commenti che vi scriverò, anche se in ritardo…

Quando ho aperto questo blog quattro mesi fa non immaginavo un’esperienza così intensa. Sì, è banale.

A domani

Francesco

XI – è tutto normale

tick

Per la tesi ho studiato le zecche, perché c’era tanto da cercare per vederle belle. Perché, quando si gonfiano e strisciano sulla pancia in maniera orribilmente lenta, con la pelle tesa, grigio chiaro, le zampette così piccole da sembrare sei peli che si muovono,beh… Mi creano enorme difficoltà tuttora. Eppure non riuscivo a fare a meno di guardarle. Non lo so se in quel periodo ho studiato di più le zecche o me stesso: è probabile che loro fossero lo strumento di misura e io l’esperimento. In questo caso l’indagine non si è conclusa, una tesi che giustifichi il mio interesse ancora mi manca. Credo che sia un circolo vizioso; o virtuoso, secondo i punti di vista: cerco qualcosa dove non lo trovo, poi cerco il motivo per cui non lo trovo, e cerco di spiegarmi perché sto cercando così tanto. E non mi fermo più.

Il più grande esperimento della mia vita è stata la mia vita stessa, ancora di più mi sono ritrovato a guardare ostinatamente per capire che cosa dovevo guardare. E non mi sognerei mai di domandarmi che cosa ci fanno le zecche al mondo, chi le ha inventate fatte così con un destino del genere, no. Ho avuto poche lezioni di verità, compassione, tolleranza che mi sono bastate per tutto.

Il primo anno facevo gli esperimenti con le bilance, i termometri, il righello; c’era scritto sul libro che la tolleranza era “l’accettazione di un valore distante da quello aspettato”. Siccome io prima ho vissuto e poi mi sono messo a studiare per davvero, avevo persino il dubbio che quello non fosse nemmeno un libro di scuola; perché quelle righe erano scritte troppo bene. Anno dopo anno, i valori più distanti da quello che mi aspettassi erano proprio quelli riguardo me stesso. Forse è proprio per questo che litigo così tanto con i ricordi, non voglio pensare, né voglio riempire certi buchi. E indugio più volentieri sulle zecche che c’entrano così poco, non mi appartengono, non sono della mia famiglia. Ma sono così facili da vedere. Nella mia memoria ci stanno bene e non mi scappano perché sono animali tanto lenti.

[dedicato a me stesso e un poco anche al mio cane]